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Io viaggio equo e solidale

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Commercio equo e solidale
Commercio equo e solidale

Perché un "commercio equo e solidale"

Il commercio equo e solidale è nato per dare speranza a milioni di produttori nel Sud del mondo, ma restituisce anche a noi, consumatori del Nord, un bene prezioso di cui il mercato spesso ci priva: il diritto ad essere informati su ciò che compriamo. Questo significa soprattutto diritto a sapere se dietro un prodotto si nasconde lo sfruttamento dei bambini o la repressione dei diritti sindacali, la discriminazione sessuale o la violazione del diritto alla salute. Il commercio iniquo, come è stato ribattezzato da un bel libro di Jean-Pierre Boris, ci vuole passivi, sempre più abituati a comprare secondo i vecchi criteri: qualità – prezzo – moda. Il commercio equo inserisce in questo calcolo qualcosa di molto più prezioso: la giustizia sociale.

Per comprendere come questo sia possibile si deve cogliere l’aspetto più originale del commercio equo, cioè il suo essere fondato su rapporti tra persone, dando alla relazione e allo scambio un valore e un’importanza che il commercio tradizionale ha perso da moltissimo tempo. A “fare” il commercio equo e solidale sono infatti associazioni, botteghe del mondo, importatori, gruppi d’acquisto e cooperative di produttori dell’Africa, dell’Asia, dell’America Latina. Tutte queste persone, collaborando insieme e in un rapporto “alla pari” in cui le esigenze di tutti sono rispettate, costituiscono il commercio equo, cioè “giusto”.

Facciamo un esempio. Una tavoletta di cioccolata può costare da 50 centesimi a un paio di euro. A parte il nome di certe marche, che possono evocare immagini dell’Africa, niente lascia trasparire il paese di provenienza del cacao, al massimo si può leggere il luogo dove è stato trasformato in cioccolato. La maggior parte delle persone al mondo non ha idea dell’aspetto di una pianta di cacao, e probabilmente non se l’è mai domandato. La maggior parte delle persone ignora che centinaia di migliaia di bambini in Africa sono costretti a lavorare nelle piantagioni. Ovviamente nessuna grande azienda è interessata a diffondere queste informazioni, che l’Unicef ha reso note già da anni. Del resto, le grandi aziende appaltano la produzione del cacao o lo acquistano dai proprietari di piantagioni disinteressandosi completamente delle condizioni di lavoro e, se accusati, possono dichiararsi non responsabili.
Bambini e contadini costretti a lavorare in condizioni drammatiche ricevono paghe irrisorie, mentre il cacao viene rivenduto con grossi profitti alle grandi aziende, trasportato, tostato, lavorato (altri profitti per il trasformatore), infine venduto.

E’ con prodotti come questo che il commercio equo ha iniziato a muovere i primi passi.
Una cooperativa ghanese, la Kuapa Cokoo Union, produce cacao che vende prevalentemente ad importatori del commercio equo. I lavoratori si sono organizzati, tanto da essere riusciti a creare una propria piccola banca, che dà prestiti ai soci della cooperativa. Le decisioni vengono prese in comune, il cacao venduto ad un prezzo minimo garantito di 1750 dollari alla tonnellata, quasi tre volte di più del commercio tradizionale. A differenza del mercato tradizionale, dove il prezzo delle materie prime può cambiare in modo radicale da un anno all’altro, provocando danni gravissimi all’economia di intere regioni, uno dei princìpi del commercio equo impone prezzi stabili, in grado di rendere sereno il futuro dei lavoratori. Lavoratori adulti, perché in questa, come in tutte le cooperative che vendono ai circuiti del commercio equo e solidale, il lavoro infantile è proibito.

Una volta raccolto e lavorato, il cacao viene importato da un’associazione italiana che si occupa di aiutare la cooperativa a sviluppare il progetto e di distribuire i prodotti alle botteghe del mondo, insieme a materiale informativo e al prezzo trasparente, ovvero l’indicazione di quanto del prezzo finale del prodotto è stato destinato al produttore e quanto alle altre spese, compreso il giusto guadagno per l’importatore e l’eventuale trasformatore, e per la bottega del mondo.
Questi ultimi trattengono un margine che serve alla loro sostenibilità, sufficientemente basso tuttavia da tenere il prezzo finale del prodotto accettabile per i consumatori.

In Italia esistono 10 centrali di importazione principali, alcune delle quali hanno forma di cooperativa sociale. Vi sono poi più di 3000 botteghe del mondo, luoghi di incontro dove comprare, ma soprattutto dove incontrarsi e conoscere le storie che si nascondono dietro i prodotti. Attraverso di esse, può accadere che il consumatore finale incontri il produttore, il contadino ghanese o l’artigiano salvadoregno, grazie ad uno degli scambi che il commercio equo promuove per rendere il “rapporto alla pari” che sta alle sue fondamenta qualcosa di più che un semplice slogan.

Una “Carta dei Criteri”, custodita dall’Assemblea Generale del Commercio Equo (AGICES) italiana, definisce i limiti e gli impegni di tutti coloro che lavorano nel fair trade. Questi possono essere così schematizzati:

  1. Garantire condizioni di lavoro che rispettino i diritti dei lavoratori sanciti dalle convenzioni OIL.
  2. Non ricorrere al lavoro infantile e a non sfruttare il lavoro minorile.
  3. Pagare un prezzo equo che garantisca a tutte le organizzazioni coinvolte nella catena di commercializzazione un giusto guadagno.
  4. Garantire ai lavoratori una giusta retribuzione per il lavoro svolto.
  5. Rispettare l’ambiente e promuovere uno sviluppo sostenibile.
  6. Adottare strutture organizzative democratiche e trasparenti.
  7. Coinvolgere produttori di base, volontari e lavoratori nelle decisioni che li riguardano.
  8. Reinvestire gli utili nell’attività produttiva e/o a beneficio sociale dei lavoratori (p.e. fondi sociali).
  9. Promuovere azioni informative, educative e politiche sul Commercio Equo e Solidale.
  10. Garantire rapporti commerciali diretti e continuativi.
  11. Privilegiare progetti che promuovono il miglioramento della condizione delle categorie più deboli.
  12. Valorizzare e privilegiare i prodotti artigianali espressioni delle basi culturali, sociali e religiose locali.
  13. Favorire momenti di scambio e di condivisione.
 

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