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'Bestiaccia'. Quella volta in cui pensavo di non metter gli occhiali da sole.

CIES Onlus

02 Julho 2019

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“Bestiaccia”. Quella volta in cui pensavo di non metter gli occhiali da sole.

Fa caldo e l’umidità si attacca alla pelle come un adesivo. L’estate è arrivata senza fare anticamera, lasciando alla primavera solo qualche ciliegia.

Fa caldo e siamo pronti. Noi, però, non siamo nati pronti. Per essere pronti dobbiamo allenarci ai fallimenti. Ne abbiamo bisogno, altrimenti che gusto ci sarebbe ad arrivare al conto alla rovescia con le gambe tremanti, le gocce di sudore che tagliano a metà la schiena e quella strana e aspra sensazione di voler essere da un’altra parte?

Stop. Da un’altra parte fino a un secondo prima. Quel secondo cambia tutto.

Quando si spengono le luci e il cursore del mixer sale su e si sente il bisbiglio della gente, allora non c’è nessun altro posto al mondo e nemmeno su Saturno, probabilmente.

 

E poi c’è la gente che anche stavolta è venuta ad ascoltare una storia.

La storia stavolta si chiama Bestiaccia. Qualcuno ha tirato fuori la parola monade, difficile da pronunciare e da capire. “Ogni monade rappresenta l’universo da un particolare punto di vista” diceva Leibniz, e “le monadi non possono influenzarsi a vicenda né subire modifiche dall’esterno”. Adesso – che ho dimostrato di ricordarmi (con l’aiuto di Wikipedia) un po’ di filosofia – bisogna aggiungere che Bestiaccia vive nella costante illusione di essere una monade, ma essendo un’illusione scompare come il fumo dell’acqua bollente sul vetro del bagno.

E poi riappare in tutta la sua concretezza, senza illusioni.

 

Ed è qui che i ragazzi e le ragazze entrano in scena.

 

Loro non s’illudono per niente, al massimo fanno il carico di sogni e poi li risputano in faccia al pubblico, con una forza che terrebbe in piedi una centrale elettrica.

 

Non è la bestiaccia in sé. È la bestiaccia in te. Quando Dina Giuseppetti*, con la sua faccia da gatta impertinente, ha tirato fuori questa frase, forse non sapeva che l’avremmo presa sul serio. O forse sì. Poco importa.

Quello che importa è che quando si spengono le luci e il cursore del mixer sale su non c’è più niente da dire o scrivere. Puoi solo stare lì e mettere gli occhi sulle curve della luce un po’ bianca e po’ gialla e sorridere perché il tuo piede inizia ad andare un po’ di là e un po’ di qua.

 

La MaTeMusik Band & Crew l’abbiamo chiamata. Il nome non è neanche un granché, avremmo potuto fare di meglio. Ma è un’onda. Un’onda che sbatte, stona, sbaglia, strilla, rotola, sbadiglia, strepita, incanta, ruggisce, fallisce e trionfa un secondo sì e un secondo no. E poi stop. Di nuovo.

 

Bestiaccia una performance in video/voce/corpo/musica. L’ha detto sempre quello della monade, Cristiano Urbani**. Beh, ha ragione.

 

Giuro che non c’è mai stata una volta in cui non ho pianto. Magari con gli occhiali da sole, perché mi vergogno.

Alessandro Bernardini
Responsabile Comunicazione MaTeMù

P.S. Bestiaccia l’abbiamo dedicato a Francesco, Anna e Maria Teresa.

* Coordinatrice del Centro Giovani e Scuola d’Arte MaTeMù
** Regista Bestiaccia

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