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I sistemi formativi hanno fallito

Tre giovani su quattro nel mondo sono privi di istruzione, ispirazione e competenze

 

A partire dagli anni ‘90 le competenze, che derivano dalla capacità di elaborare in autonomia abilità e conoscenze, sono diventate sempre più centrali. Come emerso dal vertice di Lisbona del Parlamento Europeo del 2000, la valorizzazione del “capitale umano” è indispensabile fattore di sviluppo nell’ambito di una società sempre più complessa e interconnessa che ha di fronte sfide globali che riguardano tutt*. Per questo è necessario guardare con attenzione ai dati e alle ricerche statistiche che descrivono il nostro contesto, affinarne la messa a fuoco, come la proposta di lanciare l’Orologio mondiale delle competenze e, sulla base del quadro, continuare a sensibilizzare, proporre e elaborare soluzioni, rompere schemi, mettersi insieme, co-progettare e contrastare la povertà educativa delle generazioni di oggi e di quelle future. Un problema che nel mondo si fa sempre più pressante.

 

Il rapporto ‘Recovering learning: Are children and youth on track in skills development?’ di Education Commission e Unicef è allarmante: bassi livelli di competenze tra i giovani di tutte le fasce d’età e, nei Paesi a basso reddito, ancora minori probabilità di esprimere le proprie potenzialità per future opportunità di lavoro dignitoso e imprenditorialità. Un tema che il Cies Onlus affronta da anni, così abbiamo intervistato alcune nostre esperte per approfondirne gli aspetti e indagarne le cause.

Normalità o Differenze?

“Abbiamo sistemi formativi obsoleti, basati sulla prestazione e sul parametro della ‘normalità’: una presunta normalità che nega ogni possibilità di valorizzare le differenze. Ed è chiaro invece che il futuro di ormai 8 miliardi di persone non può che essere quello delle differenze. Come dice Liesbet Steer dell’Education Commission dobbiamo sostenere la salute e il benessere psicosociale fornendo un supporto olistico. Esattamente il nostro approccio di Cies e MaTeMù” afferma Elisabetta Melandri, presidente del CIES Onlus “perché i giovani hanno bisogno e diritto al pane e alle rose, ad una educazione formale e non formale, ad una accoglienza capace di abbattere le barriere che li espongono al rischio di abbandono scolastico. Barriere e discriminazioni di ogni tipo anche economiche e sociali. Perché vediamo come le profonde disparità tra i Paesi e, all’interno dei Paesi tra le comunità più povere, stanno accrescendo le disuguaglianze e il divario digitale.”

 

C’è lavoro e lavoro

“E c’è un aspetto ancora più allarmante che si cela dietro questo rapporto” commenta Diana Agamez, co-coordinatrice ed educatrice a MaTeMù, di origine colombiana. “Perché non raggiungere le competenze necessarie al mondo del lavoro regolare spesso significa essere comunque reclutati, da minori, in lavori terribili (sfruttamento, armi, prostituzione…). Per questo, un sistema scolastico che funzioni è più che mai indispensabile”.

Povertà educativa e povertà

“Non è un caso – riprende Loredana Gionne, responsabile del settore Cooperazione del Cies – che proprio da paesi che più vivono queste realtà e urgenze scaturiscano le esperienze formative più innovative: scuole, metodi, maestri che escono dalle mura scolastiche, scendono in strada e, con la musica, il gioco, la capoeira, l’arte, riescono a riportare tanti minori dentro a un percorso formativo e a toglierli dal mondo del lavoro minorile. Esperienze che facciamo con i nostri partner di progetti in Africa, America Latina ecc., e che riportiamo in Italia, anche a MaTeMù.
Una sinergia tra i settori Cooperazione e Educazione che crediamo fondamentale, perché il contrasto alla povertà educativa passa necessariamente dalla lotta alla povertà tout court”.

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