Qual è l’impatto di un’educazione poetica sulla formazione dell’essere umano? Può l’arte-educazione diventare uno strumento di cura e interdipendenza? Sono le domande al centro del secondo incontro del ciclo “Le pratiche di cura nei contesti educativi”, che vede protagonisti Gilberto Scaramuzzo (Università Roma Tre, autore de L’insegnante come l’artista), Jenny England (University of the Highlands and Islands, Scozia) e Chiara Massullo (Università Roma Tre), con le loro esperienze e riflessioni.
Il dialogo ha intrecciato prospettive diverse attorno a un concetto chiave: mimesis, dal greco “imitazione”, intesa come capacità di rendersi simili all’altro, di entrare nei suoi panni. È la base del gioco infantile e, allo stesso tempo, dell’empatia. Attraverso la mimesis si attiva la
possibilità di comprendere davvero l’altro, costruendo un legame che non è solo intellettuale, ma profondamente umano.
Accanto a questo, è stata richiamata la dimensione poetica come via di connessione, di resistenza e di fioritura. La poesia della vita, come ricordato, diventa uno strumento per proteggere il fragile, coltivare la bellezza e generare nuove forme di legame e alleanza – ciò che Edgar Morin definisce relianza.
Nel dibattito è emersa anche una domanda cruciale: come trovare un equilibrio tra la dimensione poetica (intuitiva, emotiva) e quella razionale? Una possibile risposta viene dalla scuola e dai contesti educativi, che possono favorire questo incontro attraverso percorsi interdisciplinari, l’educazione alle emozioni e la valorizzazione della soggettività.
L’incontro ha così offerto uno spazio prezioso per riflettere su come il poetico non sia un lusso, ma una vera e propria pratica di cura dell’alterità.

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