Negli ultimi anni l’ansia è diventata una parola-chiave quando parlano i giovani. Ansia generalizzata, per la scuola, per i voti, per le scelte future, per le aspettative proprie e altrui, per i rapporti.
Ansia che spesso viene avvertita come un aspetto problematico nella nostra vita, come se fosse qualcosa da risolvere al più presto possibile e la cui presenza va cancellata.
“Come psicoterapeuta riporto sempre l’esigenza di spostare lo sguardo dall’ansia come sintomo da eliminare a segnale da comprendere: un tentativo del nostro stesso patrimonio genetico di indicarci la direzione da prendere, talvolta la necessità di un cambiamento” afferma la Dott.ssa Francesca Mammarella, Psicoterapeuta, psicologa giuridica e forense, psicologa scolastica, socia della Coop. Rifornimento in volo.
L’ansia come parte del processo di crescita
Sembriamo aver dimenticato che l’ansia non è di per sé patologica, tanto più se siamo giovani. È spesso l’espressione di un passaggio evolutivo complesso, in cui si è chiamati a riorganizzare profondamente la propria identità.
In questo essere in cambiamento, senza sapere bene quale sarà il risultato finale e senza certezze rispetto ai propri obiettivi, o a chi diventeremo, l’ansia diventa una compagna frequente che ci avvisa dei pericoli e che ci vuole guidare nel percorso.
La scuola come luogo privilegiato dell’espressione emotiva
La verità è che la scuola è sicuramente uno dei luoghi dove è più facile esprimerla: il rendimento scolastico, i voti, le verifiche, sono occasioni riconosciute da tutti come fonti di ansia, dove è ufficialmente concesso sentirla.
Perché talvolta il problema non è l’ansia in sé per sé ma è il livello a cui l’ansia deve arrivare per essere ascoltata da noi, è questo che ce la fa vivere come fonte di malessere e ciò che solitamente ci spaventa di più.
Più siamo tesi a non far trapelare all’esterno o a soffocare emozioni che consideriamo punti di debolezza o aspetti di cui vergognarci, più le nostre emozioni saranno costrette a trovare stratagemmi, come farsi sentire con forza, per essere ascoltate.
Quando l’ansia diventa una domanda di senso
In questo senso, l’ansia ci parla e ci aiuta ad orientarci: non solo come studio, ma perché studio? Verso cosa, per diventare chi?
Molte volte si fa fatica a stare con ciò che impariamo, non solo nei contenuti, ma nel loro significato: cosa c’entra questo con me? Con la mia vita? Con ciò che desidero?
“Quando queste domande restano senza spazio di pensiero, l’ansia può crescere, e quel punto per difenderci dalla sua portata non resta che evitare situazioni che la fanno affiorare fino ad arrivare a bloccarci”, continua Francesca Mammarella.
Gli spazi di ascolto all’interno del Progetto BIG
All’interno del progetto BIG, lo spazio di supporto psicologico è teso a garantire uno spazio di espressione alla presenza di un esperto che sappia accompagnare nella comprensione del significato profondo dell’ansia affinché questa sia motore di cambiamenti e non ostacolo.
Questo tipo di ascolto permette di iniziare a distinguere tra le aspettative introiettate e i propri desideri, tra ciò che si sente di dover essere e ciò che si sente di poter diventare, aspetti che anche se possono apparire chiari spesso non lo sono a livello emotivo.
Gli incontri per i genitori hanno l’obiettivo di aiutare gli adulti a leggere l’ansia dei figli senza allarmismi, ma anche senza minimizzazioni. Comprendere che l’ansia non è sempre un fallimento educativo, ma spesso una richiesta implicita di contenimento, può fare una grande differenza.
Come adulti dobbiamo saper tollerare l’incertezza e cercare di non ridurre mai il dialogo con i nostri figli al rendimento o alle prestazioni.
“L’adolescenza è un tempo di esplorazione, di errori, di ripensamenti: pretendere certezze immediate rischia di trasformare la crescita in una corsa ansiogena”, dice Francesca Mammarella.
L’ansia, allora, può diventare un’occasione. Un segnale che invita tutti a rallentare, ad ascoltare, a costruire insieme spazi di pensiero e di significato. Non per eliminare ogni difficoltà, ma per affinare gli strumenti interni che ci aiutino a stare nel mondo, nelle richieste e nelle scelte, senza sentire che da esse dipende interamente il nostro valore come persone, ma potendoci permettere il lusso di imparare attraverso l’esperienza di noi stessi in quella determinata situazione.
È un lavoro lungo, quotidiano, condiviso. Ed è proprio qui che progetti come BIG mostrano il loro senso più profondo: creare reti, spazi e linguaggi comuni per prendersi cura del malessere prima che diventi disagio, isolamento o sofferenza silenziosa.
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