Disuguaglianze scolastiche: i dati che non possiamo ignorare
Secondo l’ultimo report di Save the Children “Chiamami col mio nome”, in Italia circa 1 studente su 8 non ha la cittadinanza italiana (un numero quadruplicato rispetto a 20 anni fa) e troppo spesso incontra ostacoli che limitano il diritto allo studio. Gli alunni e le alunne con cittadinanza non italiana registrano infatti maggiori ritardi scolastici, tassi di abbandono più alti e difficoltà linguistiche che incidono sui percorsi educativi e di crescita.
La scuola italiana fa fatica a rispondere alle sfide educative che la presenza di questi giovani impone, ed è anche per questo che Save the Children chiede al Parlamento non solo di riaprire il confronto sulla cittadinanza — introducendo uno ius soli temperato e percorsi più semplici per chi cresce in Italia — ma anche di investire concretamente in docenti di italiano L2, mediatori interculturali, formazione sull’orientamento equo, rafforzamento degli strumenti didattici inclusivi.
“La presenza di tanti bambini, ragazzi e ragazze di origine straniera nelle aule scolastiche rappresenta un patrimonio fondamentale, a maggior ragione in un Paese che attraversa una gravissima crisi demografica. […] “Chiamare con il loro nome” questi ragazzi e ragazze – come recita il titolo del Dossier –significa valorizzarli nelle loro identità, contrastare la segregazione formativa e ogni forma di xenofobia e razzismo, dare libero corso alle loro capacità e aspirazioni” Raffaela Milano, Direttrice Ricerca di Save the Children.
Dalla scuola alla città: costruire comunità inclusive
Il cambiamento non può e non deve passare solo dalle aule: la scuola è cruciale, ma non basta. Le disuguaglianze educative sono infatti strettamente legate al contesto sociale, culturale e comunitario in cui i giovani vivono.
Ed è proprio qui che entra in gioco il lavoro di CIES Onlus e dello Spazio Giovani e Scuola d’Arte Matemù, che da anni rappresentano un punto di riferimento per centinaia di ragazze e ragazzi di ogni provenienza, cultura, lingua, religione e condizione sociale ed economica.
Matemù: arte, inclusione e comunità
Matemù è uno spazio completamente gratuito, in cui questi giovani possono imparare a suonare, cantare, rappare, recitare, ballare, disegnare, ma anche imparare l’italiano, ricevere sostegno scolastico, supporto psicologico, orientamento e aiuto nei momenti di difficoltà.
In questo modo cerchiamo di:
- Creare una comunità: perché ogni famiglia e ogni singola persona da sola non ce la fa. Dopo tanti anni di lavoro ne siamo certi: bisogna essere comunità, creare circuiti di aiuto reciproco, terreni di incontro per le persone
- Pareggiare le opportunità: perché la cultura e l’arte sono bisogni primari, diritti di tutte e tutti. Ogni giovane ha diritto al pane e anche alle rose
- Combattere la povertà educativa, offrendo a ragazzi e ragazze di ogni parte del mondo un terreno comune dove incontrarsi: l’arte
Per crescere un bambino ci vuole un villaggio
Un proverbio africano dice: “Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio”. È una verità che ritroviamo ogni giorno nel nostro lavoro. Non basta un buon insegnante, non basta un singolo progetto: serve una rete che circondi i giovani, che li accompagni nei momenti di fragilità e sappia valorizzarne i talenti.
Con progetti dedicati come SPACE UP e BIG – Benessere Inter Generativo, lavoriamo insieme a famiglie, scuole, insegnanti e istituzioni per costruire città e quartieri a misura di giovani, in cui nessuno resti indietro.
Le richieste di Save the Children trovano eco in chi, come noi, lavora quotidianamente al fianco delle nuove generazioni. Una scuola e una comunità inclusive non sono un favore, ma un diritto da garantire a chi cresce qui, indipendentemente dal luogo di nascita.
Perché solo riconoscendo studenti con background migratorio come parte integrante della nostra società possiamo davvero parlare di uguaglianza e futuro.
