La musica senza comunità da sola non basta.
Paolo suonava il basso.
Il ragazzo di Latina che si è tolto la vita qualche giorno fa, vittima di bullismo, odio quotidiano e indifferenza, suonava il basso e la batteria.
Due attività che da sempre portiamo avanti a Matemù, lo Spazio Giovani e Scuola d’Arte di Roma dove tanti adolescenti scoprono qui per la prima volta com’è studiare uno strumento, e tanti altri vengono invece a perfezionarsi.
La sua storia ci ha toccato profondamente, perché lavoriamo tutti i giorni con gli adolescenti, e con loro facciamo musica, perché crediamo che “l’arte è anche educazione”.
Ma sappiamo che l’arte e la musica da sole non bastano.
Sono dati angoscianti quelli dell’Oms secondo cui tra i più giovani, in Europa, il suicidio è la principale causa di morte nella fascia di età compresa tra i 15 e i 29 anni, la seconda in Italia dopo gli incidenti stradali. Parliamo di 400 casi al giorno, 11 nel nostro Paese.
Quando l’arte incontra la solitudine
Da 14 anni nelle sale di Matemù risuonano note di sax, rullate di batteria, accordi di chitarra. Strumenti, sale prova e un linguaggio – la musica – dove sperimentare, sbagliare, ascoltare e ascoltarsi, crescere, interpretare il mondo.
Perché i ragazzi e le ragazze vengono prima di tutto, prima delle note.
“L’aspetto umano è indissolubile dall’aspetto didattico” – spiega Andrea Pantaleone, insegnante di batteria.
“Prima di creare una didattica, dobbiamo capire chi abbiamo davanti, qual è il suo linguaggio, se impara più con gli occhi o più con le orecchie. Solo dopo aver capito e aver conquistato la sua fiducia, possiamo pensare a un aspetto didattico. Qui impariamo a sciogliere la complessità, isoliamo un elemento alla volta, lo analizziamo e poi lo rimettiamo nel suo contesto“.
Un metodo che vale per la musica come per la vita.
Se le famiglie diventano isole.
Abbiamo imparato che se ogni famiglia è un’isola, ogni difficoltà diventa insormontabile. L’adolescente, la sua famiglia, la sua scuola, i suoi spazi: non possono restare monadi separate, incapaci di intercettare il grido di aiuto di un giovane. Serve creare una rete, una rete di cura, attenzione, opportunità e protezione che ogni adolescente merita.
È l’applicazione pratica di un principio antico: per educare un bambino ci vuole un intero villaggio.
“Per me Matemù, oltre ad essere un luogo di svago in cui posso allontanarmi dai problemi della vita quotidiana, è anche il posto in cui ho trovato una seconda famiglia, persone con cui creare nuove connessioni. È un punto di accoglienza e di ritrovo“, racconta Francesco, 21 anni.
“Matemù è uno spazio importante per la città e il quartiere. È un punto di riferimento per i ragazzi che hanno bisogno di un posto dove stare e di immaginarsi in modo diverso rispetto a come siamo abituati. Le attività sono tantissime e questo permette a tutti di trovarsi un gruppo in cui inserirsi e sentirsi a casa“, conferma Giordana, 25 anni.
“Bisognerebbe spiegare come succede che ci si incontra, come un ragazzo che ha difficoltà a esprimersi arriva qui e diventa il batterista più bravo della MaTeMusik Band“, racconta Cristina, operatrice del centro.

La sponda adulta
In un quartiere dove molti minori trascorrono gran parte del tempo libero negli spazi aperti, esposti ai pericoli dell’attività criminosa, oppure passano giornate chiusi nelle loro camerette, Matemù non è solo uno Spazio Giovani e una Scuola d’arte. È quella sponda adulta che ogni ragazza e ragazzo dovrebbe trovare sul suo cammino.
È lo spazio dove famiglie, singole persone e gruppi si sostengono reciprocamente, creando circuiti di aiuto che nessuna famiglia isolata da sola può garantire.
Un posto dove la ricchezza delle differenze – che si incontrano senza giudizio – diventa forza collettiva.
Dove il confronto tra mondi diversi genera comprensione e crescita reciproca.
Dove la diversità è fonte di curiosità invece che di paura, e l’altro diventa risorsa invece che minaccia.
“Bisognerebbe raccontare di Reinaldo che non mena più. Di quanto era stonato quella volta Jorge a San Lorenzo. Di quando Janette è entrata in ufficio per la prima volta… e di quello che è successo poi quella stessa sera“, sussurra Diana, mediatrice culturale, parlando di trasformazioni che vanno ben oltre l’apprendimento musicale.
Il villaggio
Paolo suonava il basso e la batteria, ma forse non aveva trovato il suo villaggio. Non aveva incontrato quella comunità educante capace di accogliere non solo il suo talento musicale, ma anche la sua fragilità, le sue paure, i suoi silenzi carichi di dolore, i suoi desideri.
Perché “desiderare è una forma di resistenza” e la cultura, l’arte e la socialità non sono un lusso, ma strumenti concreti per sentirsi parte di qualcosa. Devono però essere inserite in una rete di relazioni autentiche, in una comunità che sa fare sponda quando la vita si fa tempestosa.
Dopo tanti anni di lavoro ne siamo certi: bisogna essere comunità, creare circuiti di aiuto reciproco, terreni di incontro per le persone, perché ogni famiglia e ogni singola persona da sola non ce la fa.
“Quando abbiamo aperto, i giovani nelle condizioni di maggiore difficoltà non si iscrivevano ai corsi musicali, pur se gratuiti“, ricorda Adriano, coordinatore.
“Non basta la gratuità, perché un ragazzo migrante senza documenti, una ragazzina della periferia romana, non riescono a immaginarsi in un corso di sax, a sognarsi batterista.
Pensano: Non è per me“.
Ecco la differenza tra offrire un servizio e costruire una comunità. Non basta aprire le porte! Bisogna andare a prendere per mano chi si sente escluso.
Matemù è un pezzo di questo villaggio possibile. Ma servono altri pezzi, altre stanze, altre porte aperte. Servono scuole che sappiano essere comunità, famiglie che escano dal loro isolamento, adulti che si prendano cura non solo dei propri figli ma di tutti i giovani del quartiere, della città, del mondo.
È proprio con questo intento che è nato il Progetto BIG – Benessere Inter Generativo: portare lo stesso respiro di comunità che viviamo a Matemù, lavorare per costruire reti solide tra adolescenti, genitori, insegnanti, operatori e istituzioni, creando alleanze che superano i confini tra educazione formale e informale e che mettono al centro il benessere reale di chi cresce, per far sì che la cura non rimanga chiusa in un singolo luogo, ma attraversi la città.
Perché la prossima volta che un Paolo busserà alla porta – magari senza nemmeno bussare davvero, magari solo con uno sguardo, un silenzio, un piccolo gesto di aiuto – ci sia un intero villaggio pronto ad accoglierlo.
La musica da sola non basta.
Ma la musica – dentro una comunità che si prende cura – può salvare una vita.
In memoria di Paolo, Leonardo, Carolina e di tutti i giovani che non hanno trovato il loro villaggio in tempo.

Il progetto BIG – Benessere Inter Generativo è stato selezionato da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile.

