Che cosa significa fare mediazione interculturale oggi? Troppo spesso ridotta a una semplice prestazione di interpretariato, la mediazione rappresenta in realtà uno strumento strategico e profondamente umano, un ponte che permette alle persone di accedere ai propri diritti e alle istituzioni di rispondere con efficacia, equità ed empatia.
Di questo fondamentale ruolo professionale ha parlato Marta Bernardini, responsabile del settore Mediazione Interculturale del CIES ETS, ospite in due diversi appuntamenti del programma Smart People | Terzo Millennio.
Incontrarsi nella diversità: la mediazione interculturale nei servizi territoriali
Favorire il dialogo tra persone, culture e istituzioni richiede prima di tutto un cambio di prospettiva: guardare all’altro con apertura anziché con diffidenza.
Come ha ricordato Marta Bernardini durante il confronto con Valentina Fabbri (Presidente della cooperativa Programma Integra), la mediazione parte sempre da un atteggiamento di ascolto:
“Curiosità significa apertura, significa riconoscere che la diversità può essere un valore. Qualsiasi diversità culturale o di provenienza sociale può trasformarsi in un arricchimento reciproco: è proprio dall’incontro tra le parti, facilitato dal mediatore, che si genera un beneficio per l’intera collettività”
L’impatto di questo lavoro emerge con forza anche nei momenti più delicati della vita delle persone. Un caso emblematico ne dimostra la portata concreta e talvolta salvavita: la presenza di un mediatore CIES in sala operatoria per affiancare l’équipe medica durante un complesso intervento al cervello su un paziente straniero semivigile, garantendo la comunicazione nella sua lingua madre.
Oltre la barriera linguistica: la mediazione nei contesti complessi
Il valore della professione diventa ancora più evidente nei contesti ad alta criticità, come il sistema penitenziario. Negli istituti di pena, caratterizzati da forte sovraffollamento e da una presenza significativa di cittadini stranieri, l’obiettivo è rimettere al centro la tutela della dignità umana e della salute.
In questi ambiti, l’assenza o la carenza di mediatori rischia di trasformare l’isolamento in marginalità irrecuperabile. Per questo, Marta Bernardini ha ribadito la necessità di investimenti strutturali che vadano oltre l’approccio emergenziale:
“La barriera linguistica è la punta dell’iceberg. Il ruolo del mediatore va ben oltre l’abbattimento dell’ostacolo linguistico: entra a pieno titolo nel percorso di informazione, orientamento, accompagnamento e supporto dell’utente. Le istituzioni dovrebbero investire in questa figura professionale, per garantire un’accoglienza a 360° e costruire percorsi di inclusione reali”
Il sistema penitenziario italiano continua a muoversi su binari pericolosamente opposti: da un lato l’esigenza di sicurezza sbandierata come slogan elettorale, dall’altro la realtà di istituti sovraffollati e insicuri che non riabilitano, ma alimentano la recidiva.
Per invertire questa rotta, la risposta non può essere il pugno di ferro fine a se stesso, ma la costruzione di percorsi strutturati di inclusione, orientamento e tutela dei diritti. È qui che il lavoro quotidiano del CIES ETS e della mediazione interculturale si inserisce: non come misura accessoria o emergenziale, ma come pilastro fondamentale per una società che scelga davvero di non lasciare nessuno indietro e di investire sulla coesione sociale anziché sull’isolamento.
