Non basta tradurre le parole: comprendere i linguaggi, orientarsi nella burocrazia e costruire fiducia sono i pilastri della mediazione interculturale per garantire diritti reali e cittadinanza a tutte le persone.
Un servizio pubblico non è accessibile solo perché la porta è aperta. Entrare in un ospedale, iscrivere un figlio a scuola, rivolgersi a un ufficio pubblico: l’accessibilità ai servizi è un problema onnipresente che colpisce in maniera più significativa le persone svantaggiate e vulnerabili. Tra una persona e un servizio non passano soltanto parole, ma storie, codici, conoscenze culturali, sistemi amministrativi diversi a cui si aggiungono le aspettative, legate non solo alle problematiche vissute ma anche a diversi modi di esprimere un bisogno, interpretare una regola, rapportarsi a un’istituzione pubblica. Qui e in ogni parte del mondo, quando quel “mondo” nel suo funzionamento è poco conosciuto o sconosciuto.
Numerosi studi sottolineano che gli aspetti principali delle barriere all’accessibilità sono linguistiche, socio-economiche, digitali e burocratiche. Le mappe dell’”inaccessibilità” è inoltre fortemente correlata alle situazioni individuali ma anche al territorio in cui si vive.
Ed è qui che entra in campo la mediazione interculturale: ridurla alla mera traduzione significa perderne uno dei pilastri più importanti e significativi. La mediazione lavora sulla comprensione profonda di persone con condizione di vita diversa e diverso background. Riallaccia le conoscenze del sistema in cui vivo (che sia linguistico, culturale, sociale, economico etc..) al mio conosciuto. Permette così di orientarsi, di comprendere, di agire in autonomia. La mediazione non sostituisce le istituzioni pubbliche ma le supporta, accompagnandole anche nella messa in discussione di linguaggi e pratiche date per scontate ma non più efficaci nel mondo contemporaneo.
Ed è forse questo il punto più importante. La convivenza, di qualsiasi natura sia, presuppone il sapere accettare che l’incontro stesso possa cambiare il modo in cui vediamo le cose e il loro funzionamento. Per questo la mediazione non riguarda soltanto le migrazioni: riguarda la qualità delle relazioni che costruiamo e il modo in cui intendiamo la cittadinanza.
Convivere con la differenza non è un automatismo. Oggi più che mai è responsabilità collettiva
