L’attenzione mediatica negli ultimi tempi si è concentrata su aggressioni ed episodi di bullismo che vedono i giovani protagonisti, una cronaca che convoca il mondo degli adulti a una riflessione che superi il semplice commento e che vada verso un’assunzione di responsabilità.
Ciò che accade nelle scuole, ad esempio, non è mai solo “un fatto”, ma l’espressione visibile di dinamiche emotive, relazionali e gruppali, che interrogano tutti: ragazzi, famiglie, scuola e professionisti.
Oltre le semplificazioni
Dal punto di vista psicodinamico e psicoanalitico, ridurre il bullismo a una lettura semplificata che oppone un colpevole a una vittima rischia di occultare la reale complessità del funzionamento dei ragazzi.
Il gruppo dei pari non è un semplice insieme di individui, ma uno spazio psichico cruciale dove si giocano bisogni fondamentali di appartenenza, riconoscimento, visibilità e identità.
In questo scenario, l’atto aggressivo assume un significato specifico, può diventare un linguaggio, agito e non pensato, attraverso cui il gruppo prova a gestire angosce, fragilità e conflitti che non trovano altre vie di simbolizzazione.
Il gruppo come amplificatore delle tensioni
Quando mancano spazi di ascolto e di pensiero, queste tensioni possono trasformarsi in agiti violenti. Il gruppo amplifica e legittima, talvolta fino a rendere l’aggressività, la svalutazione, una modalità normale di esistere insieme.
In questi casi, il silenzio dei testimoni, la paura di essere esclusi, il bisogno di non perdere il proprio posto nel gruppo diventano elementi altrettanto determinanti quanto il gesto di chi agisce la violenza.
L’intervento del progetto BIG nelle scuole
È proprio in questa cornice che si inseriscono i laboratori socio-affettivi del progetto BIG nelle scuole. Gli incontri condotti da operatori esperti dell’adolescenza rappresentano un intervento specialistico di rilevanza dal punto di vista della prevenzione primaria e secondaria.
Non si tratta semplicemente di “attività educative”, ma di spazi clinicamente orientati, capaci di intercettare segnali precoci di dinamiche complesse che spesso sfuggono agli stessi ragazzi e allo sguardo dei docenti.
Trasformare l’agito in parola
Nei laboratori, il gruppo classe diventa un luogo di osservazione e comprensione privilegiata: ciò che emerge non è solo una fotografia statica delle relazioni, ma un processo vivo, che permette di dare parola alle emozioni, ai vissuti di esclusione, rabbia, vergogna, paura.
Attraverso la mediazione di professionisti esperti, il gruppo è accompagnato a trasformare l’agito in pensiero, a interrogarsi sul significato profondo di ciò che accade nella dimensione gruppale, e su come ogni singolo possa collocarsi in modo più consapevole nel proprio percorso di crescita.
Oltre l’emergenza: il supporto al sistema scuola
Un altro aspetto fondamentale del progetto BIG – Benessere Inter Generativo è la possibilità di accogliere richieste urgenti, spesso frutto di dinamiche che si protraggono in modo più o meno manifesto da diverso tempo.
In questi casi, gli interventi non si rivolgono solo ai ragazzi interessati, ma a tutto il sistema scuola, compresa la classe intesa come gruppo di appartenenza, senza dimenticare il ruolo degli adulti: genitori, insegnanti, educatori.
Sostenere la funzione adulta in momenti di crisi è prioritario: offrire spazi di supporto e di comprensione degli accadimenti significa aiutare chi educa a non reagire solo sull’onda dell’emergenza o della colpa, ma a mantenere una posizione pensante, capace di contenere e orientare.
Limitare il rischio di recidive non passa attraverso risposte punitive o semplificazioni morali, ma attraverso risposte pensate e costruite ad hoc, ovvero sulla capacità del contesto in cui accadono i fatti di poterli prima di tutto comprendere.
La scuola, quando è affiancata da dispositivi specialistici come i laboratori socio-affettivi, può diventare un luogo non solo di istruzione, ma di crescita emotiva e relazionale.
I fatti di cronaca ci chiedono, ancora una volta, di non voltare lo sguardo. Ci chiedono di investire in spazi di pensiero, di ascolto e di cura, con un approccio sistemico e stabile, prima che il malessere trovi voce solo nella violenza. È una responsabilità collettiva, che riguarda il presente, ma anche il futuro della comunità di cui tutti facciamo parte.
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