Il 90% degli studenti vorrebbe uno sportello psicologico funzionante a scuola. Il dato, contenuto nell’indagine 2025 della Rete degli Studenti Medi sul tema della salute mentale, si intreccia con un altro numero eloquente: il 60% dei giovani ha paura del proprio futuro.
Non è solo ansia da prestazione o fragilità individuale. È una generazione che percepisce gli adulti come fragili, poco credibili, incapaci di offrire punti di riferimento stabili in un mondo che hanno contribuito a rendere ostile e privo di certezze.
Un’analisi sul campo condotta nei presidi socioeducativi e scolastici di tre municipi romani restituisce un quadro chiaro: la sofferenza adolescenziale oggi ha spesso radici profonde da ricercare nel bisogno insoddisfatto di relazioni significative e nella mancanza di mediazione adulta.
La sfiducia generazionale
“Gli adulti appaiono fragili, poco credibili, spesso incapaci di offrire ai giovani un punto di riferimento stabile: hanno costruito un mondo percepito come ostile”, raccontano i professionisti intervistati.
I ragazzi sentono che gli adulti non sanno accogliere la loro sofferenza, le fragilità, la rabbia, la paura.
“Eppure le narrazioni amate dai giovani — come ‘Mare fuori’ — mostrano quanto sia importante la presenza di adulti significativi che restino accanto anche nei momenti più difficili, capaci di dire: Io ci sono, credo in te”, osserva un coordinatore pedagogico.
“Quando questo manca, il rischio è che i giovani interiorizzino l’idea che siano soli a dover affrontare fatiche più grandi di loro”.
A scuola, la relazione con insegnanti e adulti di riferimento può diventare fonte di conflitto o abbandono. Non tanto per le difficoltà scolastiche in sé, quanto per la mancanza di mediazione.
“L’assenza di figure accoglienti e competenti porta molti giovani a sperimentare crisi di ansia fortissime, legate al terrore del giudizio e all’impossibilità di trovare uno spazio di confronto sicuro”, spiega un educatore.
La famiglia: tra infantilizzazione e narcisismo
Nelle famiglie le difficoltà si giocano su due registri opposti: da un lato la tendenza a infantilizzare i figli, senza riconoscerne i cambiamenti; dall’altro un uso narcisistico dei figli, vissuti come proiezioni di sé più che come individui distinti.
“I genitori faticano a rinegoziare la propria identità di adulti nel passaggio alla fase dell’adolescenza dei figli, e questo acuisce incomprensioni e distanze”, emerge dall’analisi. Molti ragazzi percepiscono i genitori come giudicanti o incapaci di parlare il loro linguaggio. “I genitori vedono i figli in un modo, i figli si sentono altro, e spesso manca la volontà o la capacità di colmare lo scarto”.
L’indagine Demopolis di novembre 2024 conferma: quando si tratta di parlare di questioni personali, il 67% degli adolescenti preferisce confrontarsi con amici piuttosto che con adulti. Per disagi e paure la percentuale scende al 36%, per sentimenti e relazioni al 49%, per sessualità al 40%. Gli adulti sono esclusi dalle conversazioni che contano.
Il rischio maggiore è che i giovani restino senza modelli adulti credibili a cui guardare.
“Al posto dei genitori o di altre figure significative, i ragazzi finiscono per prendere a riferimento le immagini dei social, con le loro promesse di bellezza, ricchezza e felicità perenne, irraggiungibili e disancorate dalla realtà”, osserva un coordinatore pedagogico.
I pari: intimità fragile e ricerca di riconoscimento
Il pari diventa l’interlocutore privilegiato, a volte l’unico. È al coetaneo che l’adolescente affida dubbi, paure, ambizioni, anche grandi segreti. Ma questa centralità porta con sé un forte rischio: i legami possono essere intensi ma instabili, segnati tanto da intimità profonda quanto dal timore di un tradimento improvviso.
Al centro MaTeMù, un questionario su 70 giovani (60% nella fascia 11-18 anni) restituisce dati emblematici: il 71% dichiara relazioni soddisfacenti, ma l’84% le percepisce come faticose.
“I ragazzi faticano a mettersi davvero in gioco sul piano relazionale ed emotivo, con difficoltà nel mediare tra ciò che si prova e ciò che prova l’altro“, spiega un educatore.
La difficoltà relazionale può trasformarsi in ansia intensa — tremori, pianto, sudorazione, crisi respiratorie — che nasconde un grande timore del giudizio. Il bisogno di accettazione diventa ossessivo: non sentirsi invisibili, adottare strategie per non essere esclusi. Persino chi appare perfettamente inserito vive l’ansia del riconoscimento: contare gli amici a un compleanno, gli auguri ricevuti.
“La tecnologia ha un ruolo ambivalente: può facilitare il contatto, ma spesso lo sostituisce, creando relazioni ‘senza corpo’ che non aiutano a sviluppare una socialità autentica”, osserva uno psicologo.
I ragazzi faticano a parlarsi di persona, preferendo videochiamate e messaggi. È più comodo, meno impegnativo fisicamente, ma può portare a isolamento di fatto.
La scuola: tra potenzialità e limiti strutturali
La scuola resta uno spazio fondamentale, perché rappresenta un luogo privilegiato e universale di esperienza relazionale al di fuori della famiglia.
“Non una ‘seconda casa’ ma un contesto alternativo e complementare, capace di offrire modelli adulti diversi e credibili”, sottolinea l’analisi.
Ma molti ragazzi sentono che la scuola “non è un mondo accogliente, né un contesto dove gli adulti si prendono davvero cura delle fragilità”. Funziona solo per chi si adatta alle regole e ottiene buoni voti. Gli altri rischiano di sentirsi “non funzionanti”.
I limiti sono strutturali: precarietà e burnout degli insegnanti, classi numerose, mancanza di tempo per costruire relazioni profonde, pressione delle famiglie che confonde i ruoli. All’Istituto Comprensivo Via Anagni (Municipio V), su 244 studenti della secondaria, 32 sono a rischio dispersione, 13 non ammessi alla classe successiva (4 per assenze), 2 in istruzione parentale per disagio.
Nel PTOF si segnala come “l’uso pervasivo dei social e dei videogiochi ha un impatto destabilizzante sulla socialità e motivazione scolastica“.
Ma la scuola si impegna a promuovere un uso consapevole, senza avere sempre gli strumenti per farlo.
La società narcisistica e della performance
“Viviamo in una società poco accogliente, incapace di farsi carico delle fragilità emotive, orientata a negarle”, emerge dalle interviste.
Il contesto economico e culturale, segnato da ipercompetitività e logiche di profitto, non lascia spazio al riconoscimento delle emozioni negative. Come ricorda il filosofo Byung-Chul Han, è una “società senza dolore”, algofobica, che ha paura del dolore e lo rimuove.
“Ma è proprio il confronto con questi vissuti che consentirebbe una crescita equilibrata”, sottolinea uno psicoterapeuta.
L’algofobia porta all’anestesia, all’evitamento di qualsiasi situazione che potrebbe causare dolore — l’amore, la socialità, la politica — aumentando conformismo e ricerca di consenso.
“C’è una grande responsabilità del mondo adulto nel comprendere che lo sviluppo tecnologico porta a un’accelerazione generale che non corrisponde ai tempi interni. Nel processo di crescita sono fondamentali quei momenti di noia per poter sostare, sentire, percepire”, spiega uno psicologo.
La Rete degli Studenti Medi lo scrive chiaramente nel documento 2025:
“La disoccupazione fra i giovani è altissima, chi riesce ad accedere al mondo del lavoro si trova in una gara al massimo ribasso in cui i diritti sono sacrificati. La nostra generazione è la prima a non avere certezze sul futuro e a non poter programmare la propria vita”.
La necessità di tempi lenti
Nel primo Tavolo di Programmazione Integrata del progetto BIG, con 19 realtà pubbliche e del privato sociale, è emersa l’esigenza di “creare spazi accoglienti, attività non strutturate, dove lentamente sia possibile ascoltare e lasciare esprimere i ragazzi“.
Valorizzare “il tempo di noia come tempo vivo e creativo“, promuovere il “chill” come tempo rigenerativo, favorire un “incontro paziente dove ognuno possa rispettare i propri tempi”.
È in questa direzione che si inserisce l’educazione di corridoio, intesa come un approccio educativo capace di intercettare il bisogno di tempi e spazi di relazione lenti, informali e non performativi. Si tratta di un intervento educativo informale e non strutturato che si realizza negli spazi condivisi del presidio: attraverso la presenza costante e accogliente di figure professionali, i ragazzi trovano occasioni spontanee di dialogo, ascolto e sperimentazione creativa. Nei corridoi e negli spazi comuni si sviluppano così attività libere e semi-strutturate (artistiche, ludiche o culturali) che favoriscono l’inclusione, intercettano bisogni latenti e rafforzano la costruzione di legami di fiducia. Questa modalità consente di integrare il percorso laboratoriale con i momenti della vita quotidiana, trasformando ogni spazio in un potenziale luogo educativo.
Al centro MaTeMù, che ha visto crescere gli accessi del 66% dal 2021 (da 3.718 a 6.174), i giovani mostrano “curiosità e volontà di mettersi in gioco, all’interno di spazi sicuri in cui poter esprimere sé stessi, sperimentare senza giudizio”.
Ma il 41% dei giovani non è soddisfatto della propria vita quotidiana, il 37% non crede di poter realizzare i propri desideri. Soprattutto, il 75% afferma di avere poco tempo per pensare alla propria vita, il 73% al proprio futuro.
“Viviamo in una società in cui la solitudine cresce, alimentata da individualismo, narcisismo e logiche competitive”, conclude il report. “Il dolore e la mancanza di appartenenza diventano amplificatori del disagio. Ma sono anche un criterio di verità: il segnale che ciò che manca è la possibilità di riconoscersi in legami autentici”. La sfida non è solo intercettare il disagio, ma “ricostruire reti di fiducia, appartenenza e comunità“.
Perché, come ricorda Han, “la stanchezza dell’Io va contrapposta alla stanchezza del Noi, che apre le porte alla possibilità di stimolare una comunità“.
Solo così le nuove generazioni potranno trasformare le vulnerabilità in occasioni di crescita, senza restare sole davanti a un futuro che appare sempre più incerto.
Scopri cosa facciamo con il Progetto BIG – Benessere Inter Generativo
Il progetto BIG – Benessere Inter Generativo è stato selezionato da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Il Fondo nasce da un’intesa tra le Fondazioni di origine bancaria rappresentate da Acri, il Forum Nazionale del Terzo Settore e il Governo. Sostiene interventi finalizzati a rimuovere gli ostacoli di natura economica, sociale e culturale che impediscono la piena fruizione dei processi educativi da parte dei minori. Per attuare i programmi del Fondo, a giugno 2016 è nata l’impresa sociale Con i Bambini, organizzazione senza scopo di lucro interamente partecipata dalla Fondazione CON IL SUD.
