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Notizie da Tunisi: il CIES ed il suo lavoro ai tempi del Coronavirus - Episodio 1

CIES Onlus

03 Aprile 2020

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Notizie da Tunisi: il CIES ed il suo lavoro ai tempi del Coronavirus – Episodio 1

II CIES onlus conduce dal 2017 in Tunisia il progetto triennale PINSEC (Giovani donne e migranti: percorsi d’inclusione sociale e economica in Tunisia) co-finanziato dall’AICS.

 

Inoltre gestisce dal 2019 il progetto ERMES3, cofinanziato dai fondi FAMI che prevede il ritorno volontario assistito e Reintegrazione (RVAeR) in vari paesi tra cui la Tunisia.

 

Viera Schioppetto, Rappresentante CIES Onlus in Tunisia, ci racconta questi giorni di pandemia dall’altra parte del Mediterraneo.

PRIMA PUNTATA

Già da tempo in Tunisia è stato instaurato il coprifuoco (dal 20 marzo scorso) e da quasi una settimana l’isolamento a casa è obbligatorio.

 

Nell’ufficio CIES-Tunisie con i colleghi avevamo già preso le misure di sicurezza, ancora prima delle indicazioni governative locali alla luce di quanto succedeva in Italia, in Spagna e in molti altri paesi in sofferenza nel resto del mondo.

 

In Italia risiede la mia famiglia di origine, a Venezia; in Spagna si trova bloccato mio marito, attualmente a Madrid; nel resto del mondo vivono altri frammenti della mia famiglia politica, in America Latina. Eh sì, questo lavoro ti porta ad avere affetti sparsi in tutto il mondo e ad operare in altri angoli di continenti che a suo tempo chiamavamo “terzo mondo”… Ma forse è proprio questo che lo rende così appassionante e ricco di umanità… mi sento sempre una privilegiata, giorno dopo giorno e da molto tempo.

 

Riprendo il filo… dicevo che in ufficio avevamo già avviato il telelavoro, a cui da sempre siamo abituati con le nostre sedi italiane e che alla fine non ha rappresentato una riorganizzazione troppo faticosa.

 

Quando si poteva andare ancora a lavorare e con la prossimità fisica con i destinatari dei nostri progetti, avevamo già preso misure di sicurezza per ridurre al massimo la possibilità di contagio: presenze alternate in sede, tanto alcol in gel, disinfettante anche in macchina e quanto altro che all’epoca ancora si trovava.

 

Ora non so se si trovano più questi prodotti. Non esco da più da una settimana: i miei -che avevano vissuto la II guerra mondiale – mi hanno lasciato in eredità che è sempre bene disporre di una dispensa sufficientemente abbondante perché … non si sa mai…

 

Prima della reclusione la candeggina era sparita così come il sapone liquido e scarseggiavano tutti i prodotti di pulizia. Le mascherine avevo già cominciato a farmele con i video in you-tube che comunque sono meglio di niente, in caso mi fosse scappato al supermercato uno starnuto o un colpo di tosse.

 

Cosa succederà adesso con i progetti, o meglio, rifacciamo la domanda: cosa succederà alle famiglie con cui lavoriamo? Il telelavoro risolve le nostre esigenze come organizzazione ma pone sfide difficili da risolvere nella logistica della prima assistenza.

 

Da quasi tre anni lavoriamo con famiglie vulnerabili con cui abbiamo costruito un vincolo di fiducia reciproca, che chiamiamo e che ci chiamano. E di conseguenza siamo chiamati in prima linea come organizzazione della società civile, con il nostro ruolo inalterato di antenna vigile e percettiva sul territorio, in contatto diretto con settori vulnerabili e allo stesso tempo tessuto connettivo con le altre organizzazioni, le realtà istituzionali locali e nazionali, internazionali, le aziende, le università e tutti gli attori che insistono sullo stesso territorio.

 

Perché oggi più che mai l’assistenza e il lavoro si fanno difficili sul territorio con i nostri spostamenti limitati e per i quali dover avviare procedure di autorizzazioni istituzionali.
il cibo e le mascherine non passano ancora attraverso la rete… e gli aiuti digitali sono ancora una chimera per un paese in cui la connettività a Facebook è altissima ma non l’accesso al sistema bancario digitale. Ancora meno diffusa è l’alfabetizzazione digitale nei settori vulnerabili così come l’accesso ad internet è ancora molto problematico in molte zone di periferia…

 

Come sempre le periferie fisiche e sociali pagano il prezzo più alto.

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