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Perché le rose?

CIES Onlus

23 abril 2019

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Perché le rose?

«We want bread – and roses, too» 


Women’s Trade Union League of Chicago

Il progetto «Le Rose» nasce per MaTeMù da una circostanza sostanzialmente «negativa», cioè dal fatto che il supporto della Fondazione Alta Mane Italia, che da molti anni sostiene (non solo economicamente, ma anche con idee, informazioni, confronti e interscambi con altri), la parte artistica del Centro, è al suo ultimo anno: MaTeMù è infatti uno dei progetti più a lungo finanziati, e i principi della fondazione prevedono di dover supportare i servizi per un tempo limitato, oltre il quale le organizzazioni devono riuscire ad autosostenersi, o riuscire a trovare altri supporter. La chiusura, più volte rimandata, sembra questa volta definitiva e lo staff di Alta Mane ripete di non poter più sostenere le nostre attività ordinarie.

 

Prima di darci per vinti decidiamo di tentare un’ultima carta: quella di proporre, allora, attività «straordinarie», che ci aiutino a fare un «salto oltre il recinto del sociale», obiettivo che Alta Mane da sempre ci indica per le nostre attività artistiche.

 

Decidiamo di pensare in grande, di farci venire un’idea che vada oltre i normali laboratori… E così, nonostante siamo tutti preoccupati per la sopravvivenza di MaTeMù, ci ritroviamo a pensare non tanto al «pane», ma alle «rose».

 

«WE WANT ROSES TOO»

Tutta la linea educativa di MaTeMù, fondata su arteducazione e pedagogia del desiderio, si basa sull’idea di offrire una proposta artistica di alta qualità, non fatta per far passare il tempo o per intrattenere, ma per contribuire al pareggiamento delle opportunità di accesso alla cultura, all’arte, alla bellezza. «La migliore arte per i più poveri, i più bravi insegnanti«, così Cesare Florio La Rocca spiega l’arteducazione, di cui è padre e ideatore.

 

Per questo ci torna in mente lo slogan delle operaie scioperanti dell’industria tessile, che chiedevano, come un diritto, la sopravvivenza ma anche la bellezza, il di più… Le rose.

Per ogni disciplina di MaTeMù abbiamo scelto un grande artista che amiamo e gli abbiamo chiesto di pensare una masterclass adatta ai giovani. Abbiamo contattato artisti di altissimo livello e di grande richiamo nel mondo del teatro, della musica, della danza, dell’hip hop.

 

Abbiamo cercato di mettere insieme stili e modelli diversi, perché per far partecipare i ragazzi a una masterclass di narrazione bisogna averli prima agganciati con un grande rapper, e così via. Abbiamo incassato vari no e chiesto ad altri fino a comporre un programma di masterclass di tutto rispetto che abbiamo presentato ad Alta Mane nonostante la dichiarazione di chiusura finanziamento ordinario. Abbiamo pensato che se non volevano più darci il pane, avremmo chiesto direttamente le rose.

 

Contro ogni aspettativa il progetto è stato approvato e MaTeMù ha potuto offrire otto masterclass gratuite ai ragazzi, con artisti di livello internazionale: da Dante Antonelli, tra i pochi giovani italiani presenti al Roma Europa Festival, ad Alessandra Cristiani, danzatrice nello spettacolo che quest’anno ha vinto l’Ubu per la coreografia, al famosissimo batterista Roberto Gatto, a Lil G, breaker di fama mondiale proveniente dal Venezuela, fino ad Alessandro Baricco, che è venuto a MaTeMù per la seconda volta e che speriamo ci accompagni in future collaborazioni.

 

Per i ragazzi è una grande opportunità di entrare in contatto con artisti di livello e per noi una grande opportunità di allargare il target del Centro e di aumentarne la visibilità.

 

Come si sa, la difficoltà di accesso alla cultura non dipende solo da questioni economiche, ma anche dagli stimoli ricevuti, dalla visione familiare.

 

Per questo, superata la metà del progetto, credo che «Le Rose» siano state una buona idea: perché per esempio molti dei ragazzi che hanno partecipato alla masterclass di rap si sono sentiti dire, da un rapper che seguono e ammirano, che è necessario leggere, che «chi non legge non può scrivere«, nemmeno un rap. Allora è successo, per esempio, che molti di questi ragazzi hanno poi partecipato all’appuntamento con Baricco, senza sapere nemmeno chi fosse, perché era uno scrittore e Kiave, il rapper, aveva detto di leggere. Alla domanda su cosa fare quando non di riesce a scrivere un pezzo, sempre Kiave ha risposto che lui va in giro per musei a nutrirsi di opere di arte visiva, che sono la sua principale fonte di ispirazione. E così, pochi giorni fa, abbiamo visitato con i nostri giovani rapper il MAXXI.

 

La cultura chiama cultura e questa esperienza mi ha reso ancora più evidente quanto in Italia non ci sia nessuna equità di accesso e ciò contribuisca a tenere fermo, bloccato, l’ascensore sociale.

 

Il più forte antidoto a questa situazione è naturalmente la scuola e anche per questo vorremmo presto presentare a MaTeMù il libro sulla grande Simonetta Salacone, la preside della Iqbal Masih, la scuola dell’intercultura della Casilina. Il libro ha un titolo bellissimo, completamente vero, ed emozionante: «Una scuola può tutto«.

 

Noi, che possiamo il nostro pezzetto, penseremo sempre nuove rose.

Dina Giuseppetti

Responsabile Centro Giovani e Scuola d’Arte «MaTeMù»

CIES Onlus

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