I GIOVANI CI GUARDANO. Più che le parole, osservano le nostre azioni: e cosa vedono? Che in un mondo sempre più globalizzato e ‘vicino’, c’è un’estrema resistenza al contatto col diverso, un vero e proprio terrore di mescolarsi.
Più aumentano le possibilità di muoversi e connettersi, più crescono i muri, i tentativi di isolamento. Cresce il distanziamento sociale. La divisione tra le persone non è più un nemico da combattere, anzi: più lontani stiamo dagli altri e più abbiamo l’illusione di sentirci sicuri. La distanza non sembra mai abbastanza.
Ma i muri non proteggono, al contrario emarginano, chi è dentro e chi è fuori. Così le differenze invece che mescolarsi ed arricchire, diventano distanze abissali, conflitti, guerre.
Muri e filo spinato per tenere fuori gli altri, confinare gli immigrati in centri che sono di fatto carceri, o deportarli.
La segregazione scolastica che vede le classi miste sempre più con rifiuto e timore di scarsa performance, invece che come ricchezza.
La cultura della performance che lascia indietro chi ha talenti diversi dai rigidi programmi e parametri ministeriali. Le differenze di capacità e linguaggi facilmente etichettati e confinati come disturbi, patologie, anormalità.
Povertà ed esclusione sociale: l’invisibilità, il disprezzo e l’isolamento sociale dei poveri.
Vecchie e nuove apartheid politiche, militari.
La cultura dello scarto che porta gli anziani, non più produttivi, a restare soli.
Gated communities e isolamento urbano: le fortezze dei ricchi da un lato, le favelas, i ghetti e le banlieue dall’altro.
Segregazione di genere: il tetto di cristallo, maschilismo, patriarcato e pregiudizi che confinano e condizionano le donne in tutto il mondo.
C’è bisogno di luoghi e tempi dove i giovani respirino altro da tutto questo.
Dove vedano, vivano concretamente (non a parole o nella sola occasione di una ricorrenza, ma tutti i giorni) l’inclusione invece della separatezza, la fiducia al posto del giudizio, il tempo della cura e non del risultato, la gratuità invece del privilegio, l’intercultura che fa crescere i giovani più delle monoculture, il linguaggio dell’arte contro il linguaggio d’odio. Zero discriminazioni, nessunapartheid.
Se davvero vogliamo contrastare violenza e isolamento sociale dei giovani, dobbiamo dare vita a posti dove possano sperimentare un’altra cultura, un altro sistema, un’aria differente, dove praticare un’idea differente di mondo.
Come facciamo tutti i giorni a Matemù.
Ma servirebbe un Matemù in ogni città, quartiere, periferia e campagna.










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