“Per me il Corvetto può anche saltare in aria perché parlare del quartiere solo oggi, dopo quello che è successo, è solo un modo come un altro per non parlare ancora una volta di noi che ci viviamo”. Così racconta Nabil, 20 anni, ad Avvenire.
Nabil è la compagna di Fares, il 22enne tunisino (ora indagato, e ricoverato in rianimazione) che guidava senza patente lo scooter sul quale era anche Ramy, elettricista 19enne, che ha perso la vita nello scontro con un’auto dei carabinieri che li inseguiva.
Come reazione, un’ondata di violenza ha coinvolto la periferia di Milano.
“Il vero problema è che Milano non è in grado di parlare a questi ragazzi, nessuno è in grado o ha l’interesse di dialogare con loro. Servono educatori, personaggi per loro credibili che siano in grado di spiegare come stanno le cose, che possono fidarsi del lavoro dei magistrati, che questa rabbia non serve a nulla e semmai va incanalata nel ricordo del loro amico.
La mancanza di figure di riferimento: il problema è che spesso a parte l’opera solitaria di qualche educatore, qualche professore, qualche prete, non c’è nessuno che si preoccupi di loro. Forse la prima domanda che si devono fare le istituzioni, e soprattutto la politica, è quella di capire come intervenire subito parlando a questi ragazzi raccontandogli che sono parte della città e che non siamo in un videogioco. Se qualcuno ha sbagliato ci sarà la giustizia, se nessuno ha sbagliato allora resterà la tragedia e un ragazzo da piangere. Ma la città che distruggono è anche la loro. Nonostante si sentano, ogni giorno, stranieri a Milano”. Cesare Giuzzi sul Corriere della Sera.
È da anni che cerchiamo di aprire anche in altre città uno Spazio Giovani e Scuola d’Arte completamente gratuito, aperto a tutt*, con educatori e mediatori interculturali, come Matemù a Roma.
In tutte le città e le periferie c’è bisongo di Spazi di aggregazione per i giovani che vengono da contesti e culture diverse.
Servono luoghi che non ghettizzino, che sappiano tenere insieme giovani con differenti attitudini e difficoltà, culture, provenienze, problemi, sogni. Dove si fa arte, perché l’arte e la bellezza sono di per sé educazione, ma anche supporto scolastico, ascolto psicologico, orientamento alla formazione e al lavoro, attività ludiche, di aggregazione e socializzazione, mediazione interculturale.
Spazi con operatori ed educatori qualificati dove vivono concretamente l’inclusione invece della separatezza, la fiducia al posto del giudizio, il tempo della cura e non del risultato, la gratuità invece del privilegio, l’intercultura che fa crescere i giovani più delle monosculture, il linguaggio dell’arte contro il linguaggio d’odio.
Se non vogliamo arrivare a tensioni sociali come nelle banlieu francesi, c’è bisogno di un approccio che integri, accompagni e non marginalizzi i più giovani, e che sappia affiancare la scuola, le famiglie, il territorio.
Non sono parole, a Matemù facciamo questo tutti i pomeriggi da 14 anni. Il modello c’è, i risultati si vedono. Serve però che Politica e Istituzioni investano e lavorino in tal senso, chiamando a raccolta risorse, esperienze e buone pratiche già operanti, e non solo pensare a interventi securitari. Perché le responsabilità individuali vanno perseguite, certo, ma i fenomeni sociali devono essere gestiti in modo più ampio, nel bene e nell’interesse di tutti, dell’intera società.
Tra le tante iniziative che ora, con questa emergenza, verranno intraprese, speriamo non si perda l’occasione di investire anche in questo senso, creando luoghi dove i giovani possano far crescere le loro capacità e sogni, condividere le differenze, abbracciare nuove opportunità e orizzonti.
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